ESTERI

il primo giorno di lezione di un genitore disperato – Libero Quotidiano



Francesco Specchia

15 settembre 2020

 L’assembramento, in fondo è negli occhi di chi guarda. «Ma quale assembramento? Definisca “assembramento”. Non troverà mai la definizione in nessuna ordinanza e nessun Dpcm, neanche mort… (arrghh!!)». Lo so, è orribile. Ma, mentre il suo corpo, ancorato al portone della scuola e inguainato in una pettorina catarifrangente viene risucchiato nella folla di piccoli studenti ipereccitati come in un branco di piranhas del Rio delle Amazzoni, la vocina dell’operatore di Protezione Civile mi enuncia inconfutabili verità. Non esiste, tecnicamente, “assembramento” qui, nel primo giorno di scuola delle elementari di Cusago, un qualsiasi paesello dell’hinterland milanese. L’assembramento è un’astrazione, un gioco semantico. Al limite, qui, è «movida», con i bottiglioni dell’amuchina che sostituisconi i cocktail, centinaia di genitori che riprendono con l’iPhone l’impossibile, e le maestre (mai viste prima, materializzatesi all’ultimo momento e arruolate da un altro mondo, mi dicono si chiamino “Dop”) adibite a buttadentro della folla biblica e minorenne. Gli insegnanti sono pupazzi nelle mani di piccoli dèi dell’Istruzione. Brandiscono un inutile manuale del distanziamento sociale che spinge ad entrare a scaglioni e a fughe di un metro quegli stessi bimbi i quali, un attimo prima, si assemblavano e abbracciavano in decine di foto ricordo ad uso dei social. Naturalmente le entrate scaglionate prevedono vari pertugi: c’è la porta principale, quella delle medie, quella dal retroplaco. Sospetto che la preside abbia scavato dei tunnel sottoterra; e installato anche una catapulta per far atterrare direttamente i ragazzini sul terrazzo.

Geometrie impazzite – «Ci aspettiamo che collaboriate all’appicazione dei protocolli…», ci implorano questi teneri Maestri Perboni. Ma non sanno che cosa dirci sul ordinanze regionali e decreti che hanno studiato a memoria epperò non riescono ad interpretare. Ma sto con loro. In quegli sguardi liquidi, nei sorrisi posticci appena intravisti dietro la mascherina, saetta la mia stessa disperazione. Perchè -parliamoci chiaro- ogni scuola, nel seguire le norme, va un po’ per i cazzi suoi. Io e mia moglie, pur muovendoci con la precisione di un commando, siamo impazziti per piegare i nostri figli alle geometrie impazzite dell’ordinanze post Covid del primo giorno di scuola. Prima fra tutte, la mitica «ordinanza regionale n.604 del 10 settembre 2020» che fa riferimento alla linee-guida nazionali senza spiegare quli siano le linee- guida nazionali. Per dire, il caos sull’apertura. Si entra, teoricamente a scaglioni, metà classe dovrebbe fare le prime tre ore la mattina; la seconda metà fa le seconde tre ore. Il giorno dopo dovrebbero invertisi in una magica quadriglia. Forse. Il mio primo figlio Gregorio Indro ha iniziato la quarta elementare alle 9.10 e ha finito alle 12.10; il secondo, Tancredi, in prima, è entrato alle 10.10 per uscire alle 11.30. In pratica, dato che notoriamente non ho un cacchio da fare – aiutato dalla consorte ma con la suocera fuori combattimento – io ho transumato per quattro volte da scuola a casa nell’arco di tre ore; tentando di leggere il labiale dei bidelli, ascoltando con attenzione la campanella che ad ogni uscita produce un suono diverso. Neanche avessi l’orecchio di Mozart. I bambini, all’appello, dopo una doccia nel liquido igienizzante si incagliano nei banchi. Banchi e sedie tradizionali, ovviamente. Niente banchi a rotelle (il mio piccolo non vedeva l’ora per usarli come go-kart); niente merenda, che è vietata e per questioni virali deve arrivare da casa, ma solo frutta, per questioni igienico/nutrizioniste. Niente acqua, dato che è concessa di portarla solo a tre ragazzi per volta che devono servire tutti, e tutti rigorosamente scelti a turno in ordine alfabetico. Poi ci sono le mascherine. Demoniache. Degli 11 milioni di pezzi giornalieri gratuiti garantiti dal commissario Arcuri -Dio l’abbia in gloria- non v’ è traccia. Dobbiamo fornirle da casa. Ma devono essere tutte uguali, non lavabili e monouso. La motivazione è dadaista: «Sennò i bambini se le scambiano…» ma spero di non aver figli così deficienti da scambiarsi le mascherine al posto delle figurine dei Pokemon. Per tutta la mattina, inoltre, la scuola ha costretto ogni alunno non solo ad inchiodarsi sulla sedia senza il respiro o la speranza delle ricreazione (concessa solo la pausa pipì); ma ha intimato loro di non togliersi mai e poi mai la mascherina, anche a bambini con problemi respiratori o carezzati da forme d’asma a gradazione variabile. Alla mia pirotecnica protesta la maestra sconosciuta alza le mani: «Non siamo noi è l’ordinanza…»; sicchè io compulso maniacalmente la suddetta ordinanza e leggo che «la mascherina nell’ambito della scuola primaria può essere rimossa in condizione di staticità (i.e. bambini seduti al banco)». Ergo: i maestri non hanno letto l’ordinanza. E, fidandosi solo della tradizione orale, sono in grado di produrre danni inenarrabili.

Mal comune… Altro problema: la preside, evidentemente distratta dal solito Covid, ha composto le classi con la tela di Penelope, sfilando di notte il buonsenso e i buoni consigli che le insegnanti delle materne le avevano tramandato. Nella fattispecie si sconsigliava vivamente di mettere insieme quattro bimbi ferocissimi che, imbrancati sotto la stessa lavagna, sono la banda di Jesse James, e rischiano di mettere a ferro e fuoco la scuola intera. Invece l’allegra teppa è finita tutta insieme. Lo so perchè uno di loro è mio figlio. Non temo per loro, temo per le maestre. Ecco, il virus deve aver tranciato anche la più naturali vie di comunicazione tra scuole. Ecco, pensavo di essere entrato nell’incubo solo io. Invece scopro che che a Roma e Pisa mancano insegnanti di sostegno per bimbi autistici e down; che a Milano c’è 1 cattedra vacante su 5; che in Campania 22mila alunni sono senz’ aula. Che dappertutto si comincia a diffondere il “metodo Cuba”; e non significa spingere i bimbi a lezioni di mambo e salsa, ma a «sedersi alternativamente sui lati lunghi e corti dei banchi». Non mi sento solo nello strazio. Non che sia una consolazione…