CICLISMO

Cassani: ‘In strada come in guerra. Il mio decalogo contro gli incidenti’ – La Gazzetta dello Sport


La sicurezza dei ciclisti è un’urgenza. Il c.t. propone 10 norme di convivenza

Luca Gialanella

27 novembre – 11:36
– Milano

Numeri inaccettabili. Non fatevi ingannare dal calo dei ciclisti morti sulle strade: da 254 nel 2017 a 219 nel 2018. È una vittima ogni 40 ore. Gli incidenti sono stati 17mila, con un costo sociale di due miliardi di euro. “Pedalare su strada è come andare in guerra, ma noi non ci stiamo a questo massacro”, ringhia il c.t. Davide Cassani. Ultime settimane terribili. Coinvolti agonisti, juniores e professionisti, uomini e donne. Pozzovivo martoriato nella sua Lucania da un’auto in discesa, De Marchi stretto in Friuli a tutta velocità, Paternoster avvinghiata al paraurti di una macchina per 15 metri in Trentino, Bussi (primatista dell’Ora) fatta cadere in Piemonte, lo junior Ostolani con un braccio spezzato in Romagna dallo specchietto di un’auto in sorpasso.

L’appello—  

L’Accpi, l’associazione dei corridori italiana, sta combattendo da anni per far riconoscere la sensibilizzazione della misura di 1,5 metri nel momento in cui un’auto sorpassa un ciclista. E oggi parte la lettera di Marco Cavorso, delegato sicurezza Accpi e papà di Tommaso, 13 anni, una delle vittime della strada, al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Scrive: “Due anni fa, Lei mi disse che aveva vissuto in famiglia una tragedia simile, con la morte violenta di suo fratello Piersanti. Io le parlai della vera guerra moderna, quella che stermina i nostri figli, la guerra in atto sulle strade italiane e del mondo. Una guerra odiosa, che uccide soprattutto le categorie che non si possono difendere. Signor Presidente, c’è un nuovo disegno di legge che modifica il Codice della Strada e che aspetta solo di essere votato. Ma che è inspiegabilmente fermo! In questo disegno di legge, c’è un po’ di Tommaso, un po’ di tutti i suoi coetanei, ragazzi che hanno perso la vita sulle strade per colpa di noi adulti”.

Con la Federciclo—  

Il c.t. Davide Cassani, che ha 58 anni, fa 100mila chilometri all’anno in auto, 11mila in bici, 800 a piedi. La sua Federciclismo è impegnata in decine di progetti con la Polizia, gli Enti Locali, il Miur (ministero dell’istruzione e dell’università) per creare una coscienza e coinvolgere migliaia di giovani: “Pinocchio in bicicletta”, “Icaro”, “Sicuri in bicicletta”, “Sulla buona strada in bici”, più quelli specialistici di formazione per direttori di corsa. Il c.t.. stila per noi un decalogo, rivolto a ciclisti e anche automobilisti, che parte da un principio: “Il cellulare è ormai usato da tutti, la gente è disattenta e il rischio su strada è altissimo”.

1 Ricordatevi: in allenamento non si è in gara.

“In una rotatoria o incrocio, rallentate per vedere il pericolo. Io ho avuto due incidenti, e in tutte e due le volte la macchina non mi ha visto. Io avevo la precedenza e sono stato preso. Dobbiamo pensare a quello che fa l’automobilista. Non tiro dritto anche se ho la precedenza”.

2 Rispettare sempre le regole del Codice della Strada.

“Vuol dire essere noi ciclisti per primi a comportarci bene. Se le rispetto, posso arrabbiarmi se qualcun altro non lo fa. Altrimenti non siamo credibili”.

3 Montare le luci sulla bici e anche il radar anti-auto.

“Luci anteriori e posteriori, insegniamo ai bambini a montarle. Dobbiamo essere educatori prima che direttori sportivi. Mi fa rabbia vedere che i bambini non ce l’hanno. Facciamoci vedere. E non mi stacco più dal radar che mi annuncia con un bip l’arrivo di un’auto alle spalle. Costa qualche centinaio di euro e incorpora anche la luce”.

4 In bici sempre con casco e indumenti molto visibili.

“Sul casco c’è poco da aggiungere. Sugli indumenti, scegliete sempre colori fluo, come fanno le squadre professionistiche in allenamento. Io vedo sempre tanti corridori tutti neri”.

5 Non tagliare mai le curve, fermarsi al semaforo rosso

“Che senso ha correre così? Stiamo sempre a destra. La bici è un gioco bellissimo, ma quando siamo in strada non è più un gioco. Al semaforo ci si ferma. Che cos’è un minuto in più rispetto alla vita?”.

6 Non usare mai i cellulari, togliersi le cuffiette.

“Sembra ovvio, ma non lo è. No, no, no. Bisogna pedalare concentrati e sentire quello che avviene sulla strada”.

7 Nelle gare cicloamatoriali, se siete staccati pedalate con la massima prudenza.

“Bisogna essere consapevoli che non sono tante le Granfondo con il traffico chiuso dal primo all’ultimo corridore. Ci potrebbero essere delle auto”.

8 Serve una campagna di sensibilizzazione per tutti gli utenti della strada.

“Nel Codice della Strada la bici è ancora chiamata velocipede. La politica deve sforzarsi per trovare il sistema di renderla uguale agli altri mezzi di trasporto. A livello globale serve una grossa campagna di sensibilizzazione, ogni giorno muoiono 10 persone sulle strade, non è accettabile. Non è un problema solo dei ciclisti, ma di tutti quelli con cui dividiamo le strade. Per non parlare della loro condizione: buche e altro”.

9 L’educazione stradale alla bici deve iniziare già ai quiz per la patente.

“C’è molta ignoranza su come comportarsi quando si vede un ciclista. Non si sa come superarlo, si ignorano le distanze. Serve un’educazione stradale quando si va alla scuola guida per fare la patente”.

10 Mantenere la calma: sulla strada serve dialogo—  

“Se l’automobilista suona il clacson, io alzo la mano come per dirgli che l’ho sentito, so che lui c’è e appena posso lo faccio passare. C’è bisogno di dialogo sulla strada, arrabbiandoci non risolviamo nulla. Tanti incidenti sono causati da chi ci vede pedalare in gruppo e ci odia. Ci vuole dialogo e tempo, serve sensibilizzazione reciproca e tolleranza. Servirà tempo. Capiranno che ci siamo pure noi”.